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Scheda critica del film:

  

Dolor y Gloria

Il Regista
Nato a Calzada de Calatrava, nella Comunità autonoma di Castilla-La Mancha, il 24 settembre 1949, sin dagli anni Ottanta si è imposto a livello internazionale come uno dei più importanti autori della sua generazione, realizzando film molto personali che indagano le trasformazioni culturali e morali verificatesi nella mentalità e nel privato della società contemporanea spagnola. Nella sua vasta produzione, meritano di essere ricordati tre capolavori: Tutto su mia madre (1999), Parla con lei (2002) e Volver (2006). Tra le opere degli ultimi anni devono essere almeno menzionati La pelle che abito (2011) e Julieta (2016). Dolor y gloria è stato presentato con successo all’ultima edizione del Festival di Cannes, e l’attore protagonista – Antonio Banderas  – è stato premiato per la migliore interpretazione maschile.

La critica
Almodóvar (come si definisce ormai in forma icastica da tempo nei titoli di testa dei suoi film) torna ad essere Pedro (anche se sotto le mentite spoglie di Salvador Mallo) e ci parla di sé, del proprio malessere, della difficoltà di portare avanti il pavesiano mestiere di vivere sotto il cielo di Madrid. Lo fa tenendo sotto controllo quel tanto di automanierismo che progressivamente si era insinuato nel suo cinema e, soprattutto, lasciandosi andare sul piano emotivo. Ciò che non era accaduto in La mala educaciòn, film anch'esso legato al suo vissuto giovanile, avviene qui. Grazie anche alla scelta del giusto alter ego. Come Federico Fellini aveva trovato in Marcello Mastroianni chi poteva tradurre al meglio il se stesso cinematografico così Pedro Almodóvar ha nell'amico e attore Antonio Banderas una persona a cui può trasferire il proprio sentire più intimo con la certezza di non essere mai tradito, neppure in un incontrollato battere di ciglia. Perché non è facile mettersi a nudo dinanzi a milioni di persone raccontando senza edulcorazioni il proprio periodo di dipendenza dall'eroina così come lo stretto legame con una figura materna la cui perdita ancora si fa sentire in profondità. Si parla di un film rinnegato e poi riabilitato per finire con il prenderne di nuovo le distanze in Dolor y gloria. Si mostra come il teatro, con il suo contatto diretto con il pubblico, abbia una valenza ancestrale che conserva in maniera misteriosa anche quando è il cinema che lo mette in scena. Perché sicuramente questo è un film a cuore aperto in cui la speranza di poter rinascere dal liquido salvifico ma anche amniotico è dichiarata già in apertura ma è anche una matura e complessa riflessione sul cinema e sulla sua possibilità di esprimere ciò che può sembrare quasi indicibile”.
(Giancarlo Zappoli, in mymovies.it, maggio 2019)

“L’autobiografia, per Almodóvar, è uno strumento di rinegoziazione non soltanto con le immagini così tanto amate, non con un’arte non meglio definita, bensì - letteralmente - con il proprio fisico. Perché è sul fisico che è scritta la storia, è lì che nasce e muore un’idea. L’idea di un’identità, di qualcosa che si è sempre pensato di poter trattenere (per sempre), di qualcuno che si è voluto rendere eterno. Almodóvar crede alle lacrime, ma sono finalmente lacrime di gioia. Senza vintage, senza scontati crepuscolarismi: più che sul cinema, Dolor y gloria è un film sul non saperlo più amare, il cinema, almeno non nel modo appassionato con il quale si è cresciuti, splendori nell’erba. Però niente è veramente perduto, perché basta il racconto di una vita (un semplice racconto, non una confessione, non uno strappo) per tornare a rivivere. Via da qualunque cinismo: il ritorno - a sé, al giorno, al proprio corpo, agli altri - è terso come la luce del sole che rischiara un oggetto del desiderio non previsto e meraviglioso, talmente meraviglioso da farti cadere a terra febbricitante. Dunque sì, la vita e il cinema. Però, più di tutto, Almodóvar guarda allo stare nel mondo come a una condizione di grazia: ottenerla non è facile, la sofferenza persiste per anni, ma si tratta di una grazia dovuta, un sentimento principe. Un affetto da dedicare a sé. E allora possiamo commuoverci, ancora una volta, perché il cinema, così bastardo e così irresistibile, ci ha reso di nuovo liberi”.(Pier Maria Bocchi, in “Cineforum”, maggio 2019)

La prima cosa che colpisce nel film e la delicatezza con cui il regista affronta argomenti come la tossicodipendenza e l’omosessualità, senza esaltarli, ma neppure nasconderli. E una ritrosia intrisa di pudore che rende l’opera particolarmente pregevole e testimonia la forza di questo cineasta troppe volte mal valutato per la tendenza ad un gusto melodrammatico sovrabbondante. Potrebbe sembrare una sorta di ritorno alla normalità, se non fosse per il sincero dolore e la ritrosia che rendono il film particolarmente apprezzabile. A prima vista potrebbe apparire come un testo che evita ogni valutazione politica se non fosse che la ritrosia dell’autore si tramuta quasi subito in uno sguardo disincantato e dolorante fra il passato e il presente come dimostra l’incontro con l’ex- amante che si è normalizzato mettendo su famiglia in Argentina e che ora si presenta coma una sorta di ritorno a un ieri ricco di suggestioni a fronte del grigiore dell’oggi. Tutto questo mostrato, senza la necessità di essere detto come capita nel miglior cinema. In altre parole, un’opera che, a una prima lettura, sembra un testo del tutto usuale, persino banale, ma che rivela, ad un’osservazione più attenta, una complessità che rimanda alle opere migliori di questo cineasta.
(Umberto Rossi, cinemaeteatro)

“Admitiendo la fascinación, la identificación y la angustia que pueden provocarme los universos protagonizados por la pérdida, el sufrimiento, el fracaso y la evocación, no logro que el tormento, los reencuentros trascendentes y la necesidad de curación de este director tan universalmente famoso y admirado como íntimamente perdido me remuevan el alma ni poco, ni mucho, ni nada. No me carga tanto como su obra posterior a la excelente y verdaderamente emotiva Volver. Incluso tiene algunos momentos que me parecen hermosos, pero el calvario interno del tal Salvador Mallo, que así se llama el personaje, me resulta bastante indiferente. Esas cosas del cine o del arte con intenciones de ser mayúsculo, o sea, que conectas con él, te deja poso, vive en tu memoria durante mucho tiempo o te amenaza el tedio ante lo supuestamente profundo y sublime y te desentiendes sin esfuerzo de lo que te han narrado a los cinco minutos de su desenlace”.
(Carlos  Boyero, en “El País”, marzo 2019)

scheda tecnica a cura di Guido Levi

 



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